Normalizzazione ortografica

(di Luca Panieri - Università IULM di Milano)

Nel corso dei suoi quattro secoli di attestazioni scritte la lingua cimbra non ha mai raggiunto una vera e propria fase di standardizzazione ortografica, paragonabile a quella caratteristica delle lingue nazionali; bensì si sono susseguite consuetudini scrittorie di vario genere, spesso poco congruenti e variabili sia in relazione all’epoca che all’autore del testo. Tuttavia la produzione risalente al XIX e all’inizio del XX secolo mostra una relativa omogeneità nelle scelte ortografiche, almeno su alcuni punti. Con l’implementazione della nuova banca dati lessicale informatizzata (http://dizionario.cimbri7comuni.it/), dovendo raccogliere il lessico cimbro da fonti tanto disparate nelle soluzioni ortografiche, si è reso necessario adottare principi di normalizzazione rigorosi nella lemmatizzazione dei dati lessicali, che eliminasse completamente la disomogeneità ortografica delle fonti stesse e consentisse così un’agevole consultazione dei lemmi.

Se non si fossero prese tali misure sarebbe stata problematica perfino la rappresentazione in ordine alfabetico dei lemmi cimbri. Per chiarire meglio la questione si pensi al caso del lemma saltz ‘sale’, che nelle fonti consultate si trova scritto nei seguenti modi: saltz (Schmeller, prima metà XIX sec.), salz (Vescovi, metà XIX sec.), zaltz (Martello, 1975) śaltz (Bellotto, 1983); oppure il caso dei lemmi vischan ‘pescare’ e bizzan ‘sapere’, che sono attestati rispettivamente come: vischen e bizzen (Vescovi), entrambi bissan (Martello), višan/vischan e bissan (Bellotto). L’elaborazione delle norme ortografiche adottate nella banca dati è il frutto di un attento esame delle variazioni ortografiche attestate nella produzione scritta in cimbro, alla luce della consapevolezza della storia della lingua. Essenzialmente i principi della normalizzazione si basano sul compromesso tra diversi criteri fondamentali: a) rispetto delle consuetudini ortografiche più diffuse nelle fonti storiche; b) ricerca di soluzioni che armonizzino il più possibile con quelle già adottate nelle altre isole linguistiche cimbre; c) scelte ortografiche giustificabili alla luce degli studi fonologici condotti all’epoca in cui la lingua era ancora fiorente in tutte le sue sfumature dialettali. Ciò che scaturisce dall’applicazione dei principi appena citati è un sistema ortografico dotato di profondità storica, come lo sono in genere quelli delle lingue nazionali.

Le norme ortografiche

Norme generali:

Segue un elenco sintetico delle norme ortografiche adottate nella banca dati lessicale, focalizzando sui punti più complessi e tralasciando quelli più ovvi.

Accenti e diacritici

  1. Nei bisillabi l’accento si indica quando cade sull’ultima sillaba: nennòch ‘neanche’, mannàtz ‘omone’.
  2. Nei polisillabi l’indicazione dell’accento è obbligatoria, non essendo sempre prevedibile la sua posizione, anche a causa della vasta presenza di prestiti romanzi: spràngala ‘schienale’, frèkkalle ‘quarto di litro’, fortàja ‘frittata’, mittanàndar ‘insieme’.
  3. Si inserisce l’accento anche quando alla parola è annesso un enclitico: gìmmarz! ‘dammelo!’, sàinta ‘ci sono’, hàsto ‘hai tu’, lùugich ‘guardo io’. Ciò al fine di facilitare la lettura e l’interpretazione di forme complesse.
  4. L’accento o la dieresi sulle vocali lunghe si indicano solo sulla prima vocale: bóol ‘bene’, gòoze ‘capre’, pèero ‘orso’, péera ‘bacca’, schöon ‘bello’, müude ‘stanco’.
  5. Le vocali lunghe ‹aa› [a:] ed ‹uu› [u:] sono sempre toniche, pertanto l’accento non vi viene indicato, salvo nei casi previsti al punto c): gomarjaal ‘grembiule’, gapuult ‘corteggiato’.
  6. Quanto detto al punto precedente vale anche per i dittonghi ‹ai›, ‹au›, ‹aü›, ‹ia› ‹ua›; quindi: pasaiten ‘da parte’, parsaun ‘prigione’, dorstrpalan ‘sparpagliare’, partiart ‘partito’ (ppass.), darzua ‘inoltre’.
  7. Sulle vocali toniche ‹o› ed ‹e› gli accenti, grave o acuto, indicano il grado di apertura. Per la vocale ‹e› l’indicazione dell’accento sulla sillaba tonica è obbligatoria: nèst ‘nido’, gèban ‘dare’ vs. rénkh ‘anello’, légan ‘mettere’. Per la vocale ‹o› esso è obbligatorio solo quando indica vocale chiusa ‹ó› [o], come in dórre ‘secco’, óven ‘forno’, o quando indica la vocale aperta ‹ò› [ɔ] nei prestiti lessicali, come in bòtta ‘volta’; altrimenti si usa il semplice grafema ‹o›, la cui pronuncia tra gli ultimi parlanti era ormai identica a quella di ‹ò›, ma originariamente era distintamente meno aperta, realizzata pressoché come [o̞] (Kranzmayer 1981†, 1985†): bolf ‘lupo’, voll ‘pieno’, hof ‘cortile’.
  8. Per ragioni pratiche il segno dell’accento non è mai indicato nei grafemi ‹ö› ed ‹ü›, pur essendo vocali toniche: formüll ‘maggiolino’, zorlöont ‘si sciolgono’.

Vocali e dittonghi

  1. La vocale centrale [ɐ] presente nella penultima sillaba atona dei trisillabi viene indicata con ‹a›: vìngare ‘dita’, glèsale ‘bicchierino’, pèsamo ‘scopa’.
  2. Le vocali semi-lunghe vengono scritte come le brevi, dalle quali diacronicamente sono derivate: cbr. hano ‘gallo’, óven ‘forno’, süne ‘figli’. Ricorrono tipicamente in sillaba aperta, dove si trovano in opposizione alle vocali lunghe: maano ‘luna’, óoge ‘occhio’, rüufan ‘chiamare’. Nelle sillabe finali toniche le semi-lunghe possono ricorrere davanti a cbr. /n/, come sviluppo di antiche vocali brevi o come adattamento fonologico di vocali accentate nei prestiti romanzi. Anche in questo caso esse vengono rappresentate come le vocali brevi: davón ‘di ciò’, dehìn ‘via’, vran ‘davanti’, kantzùn ‘canzone’, balìn ‘pallino’. In singoli casi la semi-lunga ricorre anche in sillaba finale tonica davanti a nessi consonantici, in tal caso essa può esser scritta sia come la breve che come la lunga gabést / gabeest ‘stato’ (ppass.).
  3. Le vocali lunghe vengono scritte doppie: jaar ‘anno’, guut ‘buono’, seela ‘anima’, bakaan ‘possidente terriero’. (Cf. punto e).
  4. La vocale lunga [e:], derivante da aat. /ē/ o da aat. /ā/ per Umlaut secondario, si indica con ‹ee›, come in seela ‘anima’, kheese ‘formaggio’. Tale vocale un secolo fa era generalmente pronunciata più aperta, come [ɛ:] (Kranzmayer 1981, 1985), e si trovava in opposizione ad [e̝:], diacronicamente risalente ad aat. /ī/, nei contesti morfofonologici che richiedono l’Umlaut, come nel caso dei comparativi cimbri: bait ‘ampio’ → béetor ‘più ampio’. Si è scelto di indicare quest’ultima vocale come ‹ée› per distinguerla dalla ‹ee› anzidetta, a sottolinearne la diversa origine storica, e la diversa pronuncia che avevano fino a qualche generazione fa. Gli ultimi parlanti di Mezzaselva ormai non le distinguevano più, realizzandole entrambe come [e:] (Martello, Bellotto 1975, 1985). Davanti ad /r/, tuttavia, si era mantenuta l’antica opposizione qualitativa anche nelle ultime generazioni. Al riguardo si rammenti che davanti a liquida semplice tutte le vocali toniche originariamente brevi si allungano in cimbro, per cui cbr. pèero ‘orso’ (cf. aat. pero < germ. *beran-) in opposizione a cbr. péera ‘bacca’ (cf. aat. peri < germ. *bazja-) (Panieri 2005: 64). In questo specifico contesto si è scelto di indicare sempre il grado di apertura mediante l’accento.
  5. Il digrafo ‹ie› si legge [i:] come nel tedesco standard, ma tale rappresentazione della vocale lunga è riservata unicamente ai casi in cui essa deriva storicamente da un dittongo originario, come in zieghan ‘tirare’, schiezan ‘sparare’. Si tenga presente, a questo riguardo, che le altre due varietà cimbre (Giazza e Luserna) hanno mantenuto fino ad oggi l’originaria pronuncia dittongata. Tuttavia si è scelto, per ragioni etimologiche, di scrivere la vocale lunga [i:] come ‹ii› qualora essa non sia diacronicamente riferibile al suddetto dittongo originario, cioè tipicamente quando si è sviluppata secondariamente dalla /i/ (breve) per allungamento davanti a liquida, come in spiilan ‘giocare’, o se seguita da gruppi consonantici composti da nasale + fricativa sorda, come in fiistakh ‘giovedì’ < *(p)fingstakh. Onde limitare l’uso dell’inelegante grafia ‹ii› in una parola di uso molto frequente, si è eccezionalmente scelto di scrivere vil [vi:l] ‘molto’ con vocale semplice, in deroga alla regola generale.
  6. Il dittongo dagli ultimi parlanti pronunciato come [ɔi] viene indicato con ‹aü›: lte ‘gente’. La scelta è dovuta sia a considerazioni storiche che al principio di armonizzazione ortografica con le altre varietà dialettali cimbre, tenendo anche conto del fatto che la pronuncia del dittongo, ai tempi di Kranzmayer, variava a seconda delle zone.
  7. Si distinguono, con l’uso obbligatorio dell’accento, i due dittonghi ‹èa› [ɛˑɐ̯] ed ‹éa› [eˑɐ̯]: mèar ‘più’ vs. méar ‘mare’. Similmente si distinguono ‹òa› [ɔˑɐ̯] ed ‹óa› [oˑɐ̯]: òar ‘orecchio’ vóar ‘prima’.
  8. Si adotta la regola morfofonologica, già sistematicamente presente nelle opere curate da Bellotto e Martello, per cui i dittonghi uscenti in ‹a› [ɐ̯] possono ricorrere solo in radicilessicali monosillabiche, mentre si monottongano regolarmente nelle forme corradicali polisillabiche: snèa ‘neve’ / sneebe ‘neve’ (Dsg.), ròat ‘rosso’ / ròota ‘rossa’, töar ‘caro’ / töora ‘cara’.
  9. Le vocali brevi originarie davanti ai nessi in /r/ + consonante alveolare, contrariamente al dizionario di Martello, vengono rappresentate da vocale semplice: garto ‘giardino’, èrsinkh ‘indietro’, gèrne ‘volentieri’, purda ‘carico’. La scelta è dettata dal fatto che originariamente le vocali in questione potevano essere realizzate diatopicamente come brevi, semi-lunghe o lunghe, come emerge chiaramente dalla descrizione di Kranzmayer. Stante la situazione storica, è sembrato conveniente adottare la rappresentazione ortografica più aderente al criterio etimologico.

Consonanti

  1. La distinzione tra consonanti semplici e consonanti doppie rispecchia la reale opposizione basata sulla “lunghezza” della consonante, in modo simile al tedesco medievale e alla stessa lingua italiana, ma in significativo contrasto sia con il dialetto veneto circostante che con il tedesco standard moderno. Quindi, ad es., in cimbro settecomunigiano si oppongono le due seguenti forme prototoniche: éngale ‘angeli’ vs. éngalle ‘angioletto’.
  2. Le consonanti finali delle radici lessicali si scrivono doppie solo quando la struttura della radice stessa presenta la geminata: mann ‘uomo’ cf. manne ‘uomini’, lupp ‘caglio’ cf. in luppe ‘coagulato’. Questa norma consente di distinguere chiaramente le parole in cui la consonante finale appare come sorda a causa della generale desonorizzazione delle occlusive sonore in fine di parola. In tal caso essa è scritta come semplice: stap ‘bastone’ cf. stébar ‘bastoni’.
  3. In ossequio alla tradizione ortografica cimbra, e per ovvie ragioni di praticità, con ‹b› si rappresenta cbr. /b/, che in posizione iniziale deriva quasi sempre da aat. /w/, come in bintar ‘inverno’, bazzar ‘acqua’; anche nei nessi consonantici iniziali ‹sb› e ‹zb›, come in sbéstar ‘sorella’ e zbeen ‘due’; e talvolta anche all’interno di parola, come in plaabe ‘blu’, vèrban ‘colorare’. Altrimenti ‹b› rappresenta per lo più aat. /b/, come in ban ‘dare’, halba ‘mezza’, èrbot ‘lavoro’. In singoli casi cbr. /b/ può tuttavia riflettere aat. /b/ anche in posizione iniziale, come nel caso del prefisso verbale cbr. bo-, ad es. in bolaiban ‘rimanere’, o di singoli lemmi, quali brief ‘documento’, brìttala ‘briglia’; quest’ultimo anche nella forma “regolare” prìttala. Qualunque sia l’origine di cbr. /b/, la sua realizzazione fonetica può variare da occlusiva sonora ad approssimante o fricativa, per una generale tendenza all’indebolimento articolatorio delle occlusive sonore intervocaliche.
  4. Con ‹ch› si rappresenta la fricativa velare sorda [x] che, diversamente dal tedesco standard, rimane velare in tutti i contesti: ich ‘io’, hòach ‘alto’, süuchan ‘cercare’ Dopo vocale breve la fricativa è pronunciata doppia [x:]: machan ‘fare’, prichet ‘rompe’.
  5. Con ‹f› si rappresenta cbr. /f/ [f], che in posizione iniziale, nelle radici lessicali di origine alto-tedesca, deriva quasi sempre da aat. /pf/, come in fanna ‘padella’, fèffar ‘pepe’, fòat ‘camicia’. All’interno o in fine di parola, ‹f›, sia semplice che doppia, riflette aat. /ff/ (< germ. */p/), come in slaafan ‘dormire’, trèfan ‘battere’, tief ‘profondo’, huf ‘anca’; oppure aat. /f/ (< germ. */f/) in fine di parola, com in bolf ‘lupo’, hof ‘cortile’. L’affricata aat. /pf/, salvo in posizione iniziale, si ritrova in cbr. ‹pf›, come in tropfa ‘goccia’, schöpf! ‘mesci!’. Similmente al tedesco medievale, il cimbro settecomunigiano sonorizza germ. */f/ in contesto sonoro, inclusa la posizione iniziale. Denotiamo tale fenomeno con il grafema ‹v›, come in vòam ‘schiuma’, vlaüga ‘mosca’, vriesan ‘aver freddo’, óven ‘forno’, bölve ‘lupi’. Pur essendo cbr. /v/ un fonema autonomo rispetto a cbr. /f/, l’antico legame storico tra i due traspare ancora chiaramente nell’alternanza morfofonologica tra -f finale e -v- interna, come in bolf ‘lupo’ → bolve , bölve NApl. Come detto in precedenza, gli ultimi parlanti di Mezzaselva tendevano generalmente a pronunciare cbr. /v/ come cbr. /b/, ma le attestazioni storiche danno ampia testimonianza della pronuncia originaria differenziata. La nostra scelta ortografica, inoltre, rispecchia anche la situazione delle altre isole linguistiche cimbre.
  6. Con il grafema ‹g› s’intende l’occlusiva velare sonora cbr. /g/, la quale riflette generalmente aat. /g/: galla ‘fiele’, gèltan ‘pagare’, glitz ‘lampo’, grap ‘tomba’, zòogent ‘mostrano’, volgan ‘obbedire’. Si noti che ‹g› non ricorre mai in posizione finale (v. anche punto seguente). Inoltre, il nesso ‹ng› indica generalmente la nasale velare, articolata come “doppia” nel cimbro settecomunigiano, quindi [ŋ:]: zunga ‘lingua’, énge ‘stretto’, vorgìbinge ‘perdono’. L’analisi fonologica condotta da Kranzmayer ha gettato luce sull’esistenza originaria di un fonema cbr. /ǥ/, fricativa velare sonora [ɣ], distinto da cbr. /g/, occlusiva velare sonora [g]; il primo dei quali è il riflesso di aat. /h/ in posizione intervocalica, o comunque in contesto sonoro, come in vighe ‘bestia’, zieghan ‘tirare’, schuughe ‘scarpe’, ghane ‘vicino’. In posizione finale tale fonema va a confluire in cbr. /kx/ (v. punto successivo): ziekh! ‘tira!’. In sillaba atona interna cbr. /ǥ/ può anche essere il prodotto della lenizione di /x/ originaria, come nel caso del pronome ich ‘io’, quando usato encliticamente e seguito da altri enclitici: gìbighadarz ‘te lo do’. Per quanto riguarda i grafemi ‹g› e ‹gh›, usati in passato secondo principi non sempre chiari, spesso ispirati all’uso italiano, la nostra normalizzazione attribuisce loro una funzione distintiva giustificata dall’etimologia e sorretta dall’analisi fonologica degli studiosi passati. Negli ultimi parlanti di Mezzaselva la distinzione tra cbr. /g/ e cbr. /ǥ/ era quantomeno poco percettibile, poiché anche le occlusive sonore in contesto intervocalico tendevano ad essere pronunciate come approssimanti o fricative.
  7. Si è accettata la distinzione ortografica tra ‹k› [k] e ‹kh› [kx], adottata già sistematicamente da Martello e Bellotto. Essa si fonda sulla reale esistenza di due fonemi distinti, come già osservato anche dagli studiosi della lingua cimbra del passato; ma non sempre tale distinzione veniva rispettata nell’ortografia tradizionale ottocentesca. La scelta, inoltre, armonizza con la norma ortografica oggi in vigore a Luserna. Il fonema cbr. /k/ ricorre in vari prestiti romanzi del lessico cimbro, quali katzadóar ‘cacciatore’, kampìgol ‘radura’; ma anche in numerosi lemmi di origine alto-tedesca, dove costituisce l’esito atteso della rotazione consonantica: aat. /g/ [g] > [k]. Tuttavia in cimbro tale sviluppo si può definire regolare soltanto nella caso della geminata, il cui esito è sempre ‹kk› [k:], come in ékke ‘cucuzzolo’, rukko ‘schiena’, prukka ‘ponte’; altrimenti aat. /g/ si riflette più spesso in cbr. /g/ (v. punto precedente). Tuttavia in alcuni lemmi aat. /g/ appare nelle vesti dell’occlusiva sorda cbr. /k/ anche quando non è geminata, o come conseguenza di processi assimilatori, come in geenan ‘andare’ → inkeenan ‘fuggire’ (< aat. int-), o per ragioni non del tutto chiare, come in klóoban ‘credere’, kan ‘verso, presso’, slénka ‘fionda’. Dal punto di vista sincronico cbr. /g/ e cbr. /k/ costituiscono due fonemi separati, anche se diacronicamente derivati dallo stesso fonema aat. /g/ come varianti allofoniche. Il grafema ‹kh› rappresenta invece l’esito regolare tedesco superiore della rotazione alto-tedesca a partire da germ. */k/, come in khèmman ‘venire’, khlàmara ‘graffa’, khnia ‘ginocchio’, khraütze ‘croce’; o da germ. */kk/, come in akhar ‘campo’, sakh ‘sacco’. In posizione finale cbr. /kx/, come in bavarese altomedievale, costituisce il superfonema in cui confluiscono le realizzazioni fonetiche di tutte le consonanti velari, tranne la fricativa sorda /x/ ‹ch›: sakh- sakh ‘sacco’, haak- haakh! ‘aggancia!’, bèg- kh ‘via’, spring- sprinkh! ‘salta!’.
  8. Il grafema ‹p› rappresenta l’occlusiva bilabiale sorda [p], che deriva per lo più da aat. /b/ [b] › [p], a seguito della rotazione consonantica alto-tedesca. Tale sviluppo in posizione iniziale, salvo le eccezioni di cui al punto c), è avvenuto sistematicamente: pach ‘torrente’, prèchan ‘rompere’, plint ‘cieco’. All’interno di parola, invece, tale esito storico si riscontra più raramente: taupa ‘colomba’, khliepan ‘fendere’, lémpar ‘agnelli’. Talvolta persino la stessa radice originaria si presenta in forme in cui si alternano cbr. /p/ e cbr. /b/, che pur derivando dallo stesso fonema aat. /b/, si sono ormai costituiti come fonemi indipendenti nel cimbro: khélpar ‘vitelli’ vs. khàlbala ‘giovenca’. In posizione finale cbr. /b/ confluisce in cbr. /p/: lamp ‘agnello’ → lémpar (pl.) vs. stap ‘bastone’ → stébar (pl.). Similmente, la geminata ‹pp› [p:] è sorta diacronicamente dalla desonorizzazione di aat. /bb/, fenomeno universalmente diffuso nel tedesco superiore: ripp ‘costola’, schüppa ‘forfora’.
  9. Nella rappresentazione delle sibilanti, si rispetta l’uso tradizionale cimbro della distribuzione dei grafemi ‹s› e ‹z›, già presente nel tedesco medievale, per cui il grafema ‹s› indica la sibilante alveolo-palatale sorda, come in haus ‘casa’, misse ‘messa’, stap ‘bastone, sprunkh ‘balzo’, snèa ‘neve’, sbain ‘maiale’, rastan ‘riposare’ o sonora, quando non è doppia e si trova in posizione prevocalica, come in haüsar ‘case’, sun ‘figlio’; mentre il grafema ‹z›, all’interno o in fine di parola, indica la sibilante sorda alveolare, come in auz ‘fuori’, bizzan ‘sapere’, gòoze ‘capre’. Tale situazione si è mantenuta nelle varianti cimbre di Giazza e Luserna, ma tra gli ultimi parlanti di Mezzaselva, come già detto, l’opposizione articolatoria originaria (alveolo-palatale vs. alveolare) si è fortemente indebolita. Il suono [ʃ] viene scritto ‹sch›, come in schraiban ‘scrivere’, schan ‘lavare’, visch ‘pesce’, e l’affricata [ts] si esprime con ‹tz›, come in tzan ‘piantare’, hèrtze ‘cuore’, smaltz ‘burro’, oppure con ‹z›, se all’inizio di parola o di radice lessicale, come in zunga ‘lingua’, zòogan ‘mostrare’ → gazòoget ‘mostrato’).

Il grafema ‹t› rappresenta l’occlusiva alveolare sorda [t], che generalmente ha la distribuzione tipica del tedesco superiore: tochtar ‘figlia’, untar ‘sotto’, hunte ‘cani’, pròat ‘pane’. In posizione finale cbr. /d/ confluisce in cbr. /t/: stat ‘città’ → stétar (pl.) vs. rat ‘ruota’ → dar (pl.).

Ortografia dei prestiti lessicali

  1. Il suono [ʧ], nei prestiti romanzi, è rappresentato dal grafema ‹c›, come in cbr. cimbro.
  2. Il suono [k], invece, viene reso con ‹k› anche nei prestiti, come in cbr. kreega, ‘sedia’, da ven. carèga. I nomi propri di persona, come accennato sopra, mantengono la propria grafia originaria, così, all’interno di questa categoria, l’occlusiva velare sorda potrà essere indicata anche con il grafema ‹c›. Per un esempio si veda il nome proprio “Candido”.
  3. L’affricata [ʤ] è resa con il nesso ‹dj› come in cbr. djornaal ‘giornale’. Tale scelta ortografica, che è condivisa anche dallo standard di Luserna, ha il fine di evitare ambiguità con il suono [g] (v. punto seguente). Per i nomi propri vale invece lo stesso principio introdotto sopra: nel nome “Giacomina”, l’affricata iniziale [ʤ] non verrà resa con il nesso ‹dj›, ma si rispetteranno le norme ortografiche proprie dell’italiano.
  4. L’occlusiva velare sonora si indica con il segno ‹g› anche vicino a vocali palatali, sia nei lemmi di origine germanica (cbr. geenan ‘andare’) che nei prestiti (cbr. gisa, ‘ghisa’).
  5. Il fonema [ɲ] è rappresentato dal nesso ‹nj›. Questo suono è spesso stato trascritto con ‹gn› (v. Martello, Bellotto 1975) ma per armonia con le scelte ortografiche adottate a Luserna, si è optato qui per la forma ‹nj›. Questo suono compare ad esempio nel cbr. njanka, ‘neanche’, derivante dal dialetto veneto. Si consideri che ‹g› indica sempre [g] anche nel nesso ‹gl›, come in cbr. glitz ‘lampo’.
  6. Il nesso ‹qu› è usato, come in italiano, per indicare il suono [kw], presente, ad esempio nel lemma cbr. quintaal ‘quintale’.
  7. La questione delle sibilanti è piuttosto spinosa. Mentre nei lemmi originari del cimbro i grafemi che rappresentano le sibilanti sono legati ad una lunga tradizione letteraria che giustifica la scelta di utilizzare i segni ‹z› e ‹s› rispettivamente per la sibilante alveolare sorda e per la sibilante alveolo-palatale sorda o sonora, per quanto riguarda i prestiti romanzi la questione è più complessa. I fonemi italiani [ʧ], [ts] e [ʃ] nei dialetti circostanti hanno diversi esiti, tra cui [s] e [ɕ]. Parimenti, [z], [ʣ] e [ʤ], possono essere realizzati come [z] o [ʑ]. Tale varietà si riflette nei prestiti romanzi del cimbro. Per evitare di introdurre ulteriori criteri di distinzione tra i grafemi corrispondenti alle sibilanti ed assegnare quindi un valore diverso all’opposizione ‹s›/‹z›, oltre a quello valido per i lemmi di origine germanica, nel caso dei prestiti romanzi si è deciso di far confluire le sibilanti nell’unico grafema ‹s›, che potrà avere, come in italiano, una realizzazione sorda e una sonora: cbr. saldo [ˈɕaldo] ‘sempre’, cbr. valìsen [vaˈli.ʑen] ‘valigie’. Nei casi in cui l’affricata [ts] si è mantenuta tale, andrà indicata con ‹tz›: cbr. matz [ˈmats] ‘mazzo’.

Per quanto riguarda la lunghezza delle vocali nei prestiti dall’italiano o dai dialetti circostanti, il cimbro ha generalmente conservato la lunghezza della lingua originaria, per cui se l’accento cade in sillaba aperta, la vocale accentata è lunga, mentre se l’accento si trova in sillaba chiusa la vocale di tale sillaba è breve. Nel primo caso la vocale si scriverà quindi doppia, come in cbr. passaaran ‘passare’, senza bisogno di indicare anche l’accento, che corrisponderà sempre alla vocale lunga; nel secondo invece la vocale sarà semplice, come ad esempio cbr. bòtta, ‘volta’. Quest’ultima norma si applica anche quando la vocale accentata è seguita da una semiconsonante, come nella parola faméja ‘famiglia’.

Tuttavia è importante evidenziare che, nel caso dei prestiti romanzi contenenti le vocali alte [i], [y], [u] accentate in sillaba (originariamente) aperta, l’adattamento fonologico cimbro consiste prevalentemente in vocali semi-lunghe, piuttosto che lunghe: cbr. gisa ‘ghisa’, mütot ‘muto’, truta ‘trota’, kantzùn ‘canzone’ (< lat. volg. *-ōne).

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