I giorni nostri

I giorni nostri

Nell'inverno del 1918-19, finita la guerra, la popolazione cominciò a tornare sull'Altopiano. I paesi erano solo cumuli di macerie; i prati, i seminativi, i pascoli erano sconvolti dai bombardamenti, bruciati dall'iprite, solcati da trincee e camminamenti, coperti di sassi e da grovigli di reticolati. E tra tutto questo restavano a centinaia, se non a migliaia, i corpi insepolti dei soldati (Mario Rigoni Stern).

I primi profughi trovarono ancora le retrovie dell'esercito austriaco. Furono costruiti tra le macerie i primi ricoveri provvisori. Si avviarono i lavori di ricostruzione, talvolta con un nuovo piano regolatore come ad Asiago. Le condizioni economiche tornarono pesanti e tragiche, per il venir meno delle risorse tradizionali e per il crescere della popolazione che nel 1921 arrivò a 37.000 abitanti. Quasi tutte le famiglie allevavano qualche capo bovino, qualche pecora, coltivavano patate, cereali, foraggi nelle piccole proprietà. Qualche guadagno era tratto dalla raccolta e dalla vendita dei residuati bellici, con il lavoro dei recuperanti.

Nei boschi molti cavallai e braccianti tagliavano il legname, lavorato poi in qualche segheria e utilizzato nella produzione di utensili, di attrezzi e di mobili. Il commercio era sempre piuttosto limitato, mentre prese inizio il turismo, particolarmente ad Asiago, sia nella stagione estiva che in quella invernale, anche per l'impulso della politica fascista. Riprese una grande ondata migratoria, specialmente verso le Americhe e verso l'Australia.

Nel 1926 fu diviso il Patrimonio del Consorzio dei Sette Comuni: l'ultimo resto dell'antica Federazione che aveva unito i Sette Comuni per tanti secoli.
Nel 1938 venne inaugurato ad Asiago il sacrario militare che raccoglieva i resti di oltre 40.000 caduti nella prima guerra mondiale.

Anche sull'Altopiano si accesero tensioni e contrasti tra oppositori e regime fascista. Molti che si opposero al regime furono costretti ad emigrare nei primi anni di fascismo. Verso la fine degli anni venti, con la crisi economica mondiale, con la chiusura delle frontiere di molte nazioni e con la politica economica autarchica, anche la strada dell'emigrazione fu chiusa. Gli uomini dovettero accontentarsi di lavorare in poche scarse occasioni, prima di essere occupati nelle imprese coloniali in Libia, in Albania, in Abissinia, e nelle operazioni militari della Guerra di Spagna e della Seconda Guerra Mondiale.

Dopo la caduta del fascismo e la fine della Seconda Guerra Mondiale, la vita nei Sette Comuni divenne più dura, costringendo all'emigrazione in massicce dimensioni e all'abbandono di contrade e paesi, come a Mezzaselva di Roana che contava 1200 abitanti negli anni quaranta, e che si è ridotta a nemmeno 300 abitanti ai nostri giorni.
Soltanto verso gli anni sessanta l'economia dei Sette Comuni ha visto una ripresa collegata allo sviluppo del turismo: costruzione di ville e di appartamenti, diffusione di una certa rete commerciale, organizzazione di servizi sociali, allestimento di impianti sportivi e di strutture per il tempo libero.

La ricettività turistica è arrivata a quasi 100.000 posti letto, con un continuo sforzo di qualificazione e di adeguamento alle crescenti esigenze della clientela.
L'agricoltura è venuta a basarsi esclusivamente sulla zootecnica, e in particolare nell'allevamento dei bovini da latte con la produzione del formaggio Asiago.
La coltivazione delle patate a scopo commerciale è praticata solamente a Rotzo. Molta superficie agraria è stata abbandonata, mentre restano attive sul territorio dell'Altopiano un centinaio di malghe, divenute in parte centri frequentati di agriturismo.
I boschi sono utilizzati dalle amministrazioni comunali secondo i piani economici e producono legname per l'industria e per il riscaldamento.

L'artigianato ha visto la fine di una diversa attività spesso geniale, continuando nel settore dell'estrazione del marmo, delle distillerie, delle segherie, dell'alimentazione.
Sul piano amministrativo i Sette Comuni (diventati in realtà otto con il comune di Conco) si sono organizzati nella Comunità Montana dell'Altopiano dei Sette Comuni, che quasi continua il ruolo dell'antica Federazione, ruolo di unione e di solidarietà, pur tra continui conflitti e difficoltà, in parte dovuti alle esigenze interne di adeguamento di strutture e servizi e ai rapporti con gli organi esterni, regionali e statali. Nel processo di integrazione continua sul piano economico e sociale, che coinvolge regioni vicine e lontane, anche l'Altopiano, come tante zone periferiche, appare sempre più legato e dipendente dalle zone economicamente forti. Esso è andato perdendo servizi come la pretura, l'azienda sanitaria locale, banche autonome come la Banca Popolare dei Sette Comuni. La popolazione si è assestata intorno ai 21.000 abitanti, concentrati nella zona di Asiago, Roana e Gallio, con una fascia crescente di popolazione anziana che incide non poco nell'assetto sociale e nella qualità della vita. Anche il paesaggio dei Sette Comuni si è radicalmente trasformato, particolarmente nella parte centrale fortemente urbanizzata, con non pochi problemi sul piano delle infrastrutture e dei servizi. L'impegno attuale dei Sette Comuni sembra quello di rendersi conto della situazione in cui si trovano, per non subire passivamente tante trasformazioni e per guidarle almeno in parte, costruendo capacità di nuova autonomia e rafforzando la propria identità locale, cioé non tanto limitandosi a mitizzare il passato, ma rispondendo ai bisogni concreti del presente e del futuro.

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