Hìa un da - toponomastica e leggende

a cura di Paola Martello

Un angolo di Altopiano che merita di essere conosciuto per la sua suggestione e per le storie vere e immaginarie che racchiude, si trova a Rotzo e porta il nome di “Banchette”. Non è difficile arrivarci: dopo la frazione di Castelletto, si percorre la strada che scende a Pedescala e subito dopo un paio di  tornanti c’è un sentiero sulla destra che porta a valle. È la vecchia mulattiera che collegava l’Altopiano con la pianura. Il viottolo sassoso e abbastanza scosceso porta ad una lunga scaffalatura calcarea che ricorda vagamente una lunga panca coperta. Questa forma particolare della roccia ha dato origine al nome del luogo che è appunto Banchette o Panca. Le antiche leggende narrano che su questo lungo sedile stavano a lavorare la lana e a formare i loro magici gomitoli, le piccole fate delle nostre montagne chiamate Selegen Baiblen o Beate Donnette.

Banchette di Rotzo

Poco oltre la Panca, seminascosta, si trova la Kérkle, nome cimbro che tradotto in italiano vuol dire Chiesetta e che indica una piccola grotta dove, secondo le leggende, vivevano le Selegen Baiblen. Il pertugio in questione viene chiamato anche con i nomi: Còvolo, Kóvel, Kúvela. Prima della rilevante sporgenza rocciosa si trova un buco profondo e anche su questo foro del terreno aleggiano storie assai inquietanti e misteriose. Scendendo lungo la mulattiera si possono osservare alcune aperture che portano ad un cunicolo sotterraneo, ora pericolante.

Tornando alle leggende che alleggiano sulle lunghe stratificazioni che assomigliano a delle panche coperte, la più conosciuta è una storia che ritroviamo simile anche in altre località montane, come per esempio a Recoaro. Il racconto parla di un carrettiere con un cavallo bianco che si sta recando sull’Altopiano di Asiago percorrendo quel tragitto e al livello delle Banchette, viene fermato da una piccola Selege Baible. La fata gli dice di portare un messaggio alla sua compagna Badis-Badus, che lavora alla locanda di Castelletto e di darle la notizia che Gritt-Grott era morta. L’uomo però, proseguendo il suo cammino se ne dimentica, ma quando arriva al paese il cavallo non vuole più proseguire. Il carrettiere si ricorda del messaggio e lo recapita alla Donnetta Beata che, come sente l’annuncio, se ne va via dicendo: “O maine libe mutar! O maine libe mutar!”. Badis-Badus corre verso le Banchette e da quello  giorno, a Rotzo, non si sono più viste le Selegen Baiblen. Alcuni studiosi identificano nel cavallo bianco del carrettiere un segno di sventura e di morte.

Un’altra leggenda narra che Gritt-Grott e Schicka-Schaicka erano due fate che vivevano all’interno di una cavità chiamata kèrkle, ma quando arrivò la guerra sulle nostre montagne, impaurite dagli spari, decisero di andarsene in altri territori più tranquilli.

Altre vecchie storie dicono che nel luogo si radunavano i framassoni dell’Altopiano per parlare di libertà e inneggiare al demonio. Alcuni racconti narrano che nella Kèrkle, la grotta adiacente alle Banchette, venivano gettati i corpi dei delinquenti che si erano macchiati di turpi assassini e che quindi non potevano essere seppelliti al Camposanto.

Sulle nostre montagne anche gli uomini in tempi lontani usavano portare i capelli acconciati in una lunga treccia e una storia ricorda che il corpo di un malvagio, buttato nella caverna della Bank di Rotzo, aveva la treccia che sporgeva dalla voragine.

Un interessante esempio di interrelazione tra leggenda e realtà è la storia che vede come protagonista un corvo. Il nero volatile, impersonante il diavolo, vola addosso alla cassa da morto di un delinquente e la spinge giù nella caverna delle Banchette.

Il toponimo Panca potrebbe derivare dalla parola cimbra “pankh” e Banchette dal termine longobardo “banka”.

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